LA CHIESETTA DI SANTA CROCE E IL NOSTRO PASSATO

Quest’antichissima chiesa è ricordata, per la prima volta, in un Diploma dell’imperatore Federico I il 13 novembre 1163 con il quale l’imperatore stesso prendeva sotto la sua protezione l’Abbazia Benedettina di S. Donato di Pulpiano con i beni circostanti tra i quali si trovava anche la Chiesa di Santa Croce. Alcuni anni più tardi, nel 1191, lo stesso Papa Celestino III riconferma l’appartenenza di detta chiesa ancora all’Abbazia di S. Donato, aggiungendovi l’appellativo “Rosciola” dal nome di un fossato circostante dove scorre un rivo che si unisce al fiume Rasina.

La “nostra” chiesa viene ricordata nel 1332 tra quelle paganti la decima imposta sui Benefici ecclesiastici del Ducato di Spoleto per far fronte a impellenti necessità della Santa Sede.
La suddetta Abbazia, chiamata poi anche S.Bartolomeo di Petrorio, nel 1419, si unì al Monastero di S. Ambrogio in Gubbio dell’Ordine dei Canonici Regolari, che si fuse, a sua volta, con il Monastero di S. Secondo, pure di Gubbio.

Il possesso della chiesa di Santa Croce passò così dall’uno all’altro monastero e la si ritrova alla dipendenza dei Canonici di S. Secondo sino verso la fine del Settecento.
Inoltre, siccome la chiesa di Santa Croce sorgeva nella parrocchia di S. Maria in Pastina è sovente chiamata nel Seicento S. Croce in Pastina.
Certamente l’antico edificio e la chiesa, a cui si riferiscono le notizie e i documenti suddetti, sorgeva in un luogo che si trovava vicino a una abitazione colonica tra la via di comunicazione Gualdo – Perugia e il fiume Rasina.

Al di là del fiume c’era il villaggio di S. Croce: probabilmente la chiesa si ergeva nel paesino che prese il nome da essa.

Tale ipotesi è confermata da una pergamena dell’Archivio Comunale di Gualdo del 1310 in cui si dice che l’Abbazia di S.Donato concedeva alcuni beni posti presso Colbassano, stipulando l’accordo “in villa Sancte Crucis de Rossiola…”
Il villaggio di Santa Croce in passato dovette avere più importanza dell’attuale, in quanto sede di una Giudicatura (una specie di tribunale), dalla seconda metà del Cinquecento, di questa chiesa non se ne ebbero più notizie certe, come risulta dagli Atti della Visita Apostolica di Mons.Pietro Camaglini, Vescovo di Ascoli, nel 1573.

Il Visitatore sottolineava che l’edificio, posto in luogo solitario, appariva in pessimo stato e si preoccupava di destinare alcune rendite per il restauro da affettuarsi nel giro di un anno, pena la sospensione del Rettore della chiesa.
Nel 1633, in un’ulteriore visita, il Vescovo dell’epoca notava ancora lo stato di degrado della chiesa e lo stesso Vescovo di Nocera disponeva, l’anno seguente, di utilizzare materiali edilizi di un’altro complesso in demolizione per Santa Croce.
La chiesa purtroppo crollò a causa di un terremoto nel 1751, ma fu fatta riedificare, in dimensioni più piccole, da Mons. Chiappè, Vescovo di Nocera attraverso la raccolta di elemosine.

Non si sa se fu ricostruita nello stesso luogo o a poca distanza.
Sull’altare di Santa Croce si celebrava un Officio di tre messe per la festa dell’invenzione della Croce il 3 maggio e spesso una messa ex devozione.
Inoltre,essendo stati trasferiti in detto altare i Titoli e i Benefici di tre chiese diroccate, vi si svolgevano messe inerenti ai Benefici Ecclesiastici di quelle chiese antiche.

Sull’altare esisteva un quadro in tela raffigurante il Crocefisso con S. Ubaldo, Patrono di Gubbio e S. Antonio da Padova.
Dopo più di un secolo di storia ecclesiastica, il complesso di Santa Croce diventò abitazione contadina e si tramandò tra alcune famiglie gualdesi alle quali era affidata anche la manutenzione e la coltivazione dei campi.
Il 17 Febbraio 1968, l’azienda agricola e la chiesa al suo interno furono acquistate dalla famiglia Gentilucci, ancora oggi attuale proprietaria, che nel 2008 ristrutturò l’intero complesso, trasformandolo in un’accogliente agriturismo.
I nuovi proprietari, umanamente legati alla storia del posto e alla festa della Santa Croce, proposero di spostare la celebrazione al primo Maggio, giorno in cui si rende grazie per il lavoro, in modo da permettere una partecipazione più numerosa.
Negli anni la tradizione si trasmette di generazione in generazione ogni anno.